Vabbuò

“Ho un’idea!” “No, di nuovo?” (cit.)

Inizio questo blog, fratello maggiore del ben più famigerato Metodo Gattini, il 7 febbraio 2017.

Tra esattamente un mese compirò 40 anni e come ben potete immaginare ne sono (più o meno) devastata.

Il famoso libro di Marina Ripa di Meana usciva nel 1984. Io avevo 7 anni e me lo ricordo benissimo. Così come mi ricordo la mia percezione che a 40 anni si fosse vecchi e decrepiti. Purtroppo col passare del tempo e l’avvicinarsi dell’evento, la mia percezione non è cambiata. Solo che adesso ad avere 40 anni sono io e non mi sento per niente decrepita. Non mi sento neanche davvero adulta a dirla tutta. Tipo che se un giorno o l’altro qualcuno venisse a casa mia a dirmi “Ma le hanno davvero fatto educare dei bambini per sei anni? A lei? Adesso portateli via e dateli ad un genitore vero.”, non mi stupirei neanche un po’.

Quindi ho pensato una cosa: da oggi, per un mese, io già mi convincerò di averli compiuti, questi maledetti 40. Tipo che se dovrò compilare un questionario anonimo, già sbarrerò la casella col 4 e non più quella col 3, per dire, e piano piano, senza dirlo pubblicamente, inizierò ad abituarmi. Un po’ la tecnica del primo bagno di giugno, quando l’acqua è ancora davvero troppo fredda ma tu hai voglia di lavar via sei mesi di inverno e più che altro tuo figlio è già a 20 metri dalla costa e un po’ annaspa e quindi parti dalle caviglie ed entri piano piano e in men che non si dica sei arrivata alle spalle.

Ho un mese per raggiungere la fase della rassegnazione. I 40 arriveranno comunque e io non potrò farci nulla se non farmi trovare preparata. E fare il conto delle cose che mi hanno insegnato:

che a 20 anni tutto sembra gigante, difficile, insormontabile e faticoso. Ed effettivamente lo è. Ma non così faticoso come avere a che fare con un neonato.

Che a 25 anni ero davvero splendida e soda e per niente grassa e non avevo davvero bisogno di tingermi i capelli perché erano bianchi, ma ti sentivo comunque brutta, non amata ed inadeguata.

Che i 30 sembravano la fine di un’era. Ed era vero. ma non era quella che pensavo, cioè quella dei viaggi in Inghilterra, delle attese fuori dai concerti indie e delle 6 del mattino con le amiche. Finiva l’era dell’essere responsabile solo di me stessa. Ed iniziava quella in cui promettevo a qualcuno, davanti a cento persone, che mi sarei presa cura di lui per sempre. L’era delle pance che ho odiato e anche un po’ amato, quella del corpo che non ti sembra più tuo, ma poi magicamente tornava come prima, delle notti insonni, della fatica mai provata prima, dell’amore incondizionato, della paura tremenda. Della mia nuova famiglia.

Una cosa che non ho ancora imparato, invece, è a non scrivere durante la PMS.

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